La legge così chiamata “Bossi – Fini”, precisamente la n. 189 del 30 luglio 2002, è in realtà una modifica al più generale Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, datato 25 luglio 1998, n. 286, che considera incluso al suo interno anche la cosiddetta Turco – Napolitano, datata 6 marzo 1998, n. 40, quest’ultima ripresa e intimamente modificata dalla Bossi – Fini.
E’ importante, a livello preliminare, constatare che le modifiche applicate dalla legge Bossi - Fini al testo unico sono ampie e in alcuni casi introducono procedure del tutto nuove. Si ha in generale l’idea di una volontà di rottura e di violento cambiamento rispetto a un passato giudicato, a partire dai primi firmatari, troppo permissivo e “moderato”.
Infatti, in gran parte dei suoi trentotto articoli, la legge comunica una diffusa tendenza al controllo serrato e continuativo e una contemporanea forte limitazione delle libertà di un qualsiasi soggetto dotato di permesso di soggiorno, in precedenza concesse o moderate dal testo unico.
L’evidenza di quest’atteggiamento si nota già a partire da un’analisi del linguaggio presente nel Capo I della normativa, “Disposizioni in materia di immigrazione” (art. 1-30) e nel Capo III, “Disposizioni di coordinamento” (art. 34-38): i riferimenti alla polizia, ai controlli o all’autorità ricorrono nella norma cinquantaquattro volte, mentre parole come pena, reato, espulsione, violazione o reclusione compaiono in ben sessantasei occasioni. I riferimenti ai diritti, alla collaborazione con l’associazionismo cittadino o ai servizi sociali, solo in sedici casi, ivi inclusi i momenti in cui si evidenzia un diritto che dipende da una nuova limitazione introdotta dalla legge stessa. La parola “integrazione”, normalmente usata con frequenza quando si parla di immigrazione, compare solo una volta, nell’art.25.
Questo avviene perché l’immigrato è visto più come un soggetto instabile, non tanto a rischio di criminalità, (nel qual caso sarebbero presenti molti più articoli a sua tutela e non si spiegherebbe la facilità di perdere i permessi che la legge comporta), ma che crea rischi di criminalità. E in quanto tale l’immigrato deve essere il più possibile sotto osservazione, in una sorta di quarantena rispetto ai “normali” cittadini italiani. Una quarantena che porta a una frattura, a una barriera, che s’instaura tra immigrato e cittadino. Il primo, prima o poi conscio di tutti gli obblighi e le limitazioni cui è costretto e con la morsa del permesso di soggiorno a scadenza breve, si sente irrimediabilmente escluso, diviso dalla vita pubblica e cittadina, assieme a tutti gli altri nella sua stessa situazione. La questura è sempre li, un intermediario necessario tra lui e la comunità nazionale in ogni aspetto della sua vita. Un intermediario che lo guarda peraltro con indifferenza o sospetto. Il secondo invece è portato dal governo e dai media che ne sponsorizzano l’azione ad avvertire un senso di paura, di tensione e di sfiducia verso il primo, trovando fondata e giusta la quarantena e chiudendosi, in reazione allo straniero, sulle proprie reti sociali quotidiane di riferimento. Fiducioso nella forza pubblica, armata, che è sempre di guardia.
Ovviamente, è il contribuente italiano a essere privilegiato: può votare, può prendersi una pausa dal lavoro (per esempio per malattia o per prendersi cura di una persona cara), non ha problemi a vivere con la famiglia, non ha problemi con la casa e se viene portato in caserma dopo una piccola rissa per questioni di cuore se la cava con una ramanzina.
In ognuna di queste occasioni invece un contribuente immigrato si troverebbe sempre alla frontiera. La differenza di status è considerevole.
Ma neanche per l’italiano la vita in un regime del genere è così idilliaca. Una politica pubblica, specialmente se dai forti contenuti e largamente sostenuta dal legislatore come nel caso della Bossi – Fini, ha bisogno di un forte sostegno da parte della cittadinanza, che in questo caso deve sostenere le barriere e le quarantene di cui questa legge si fa alfiere. Un sostegno del genere la Bossi – Fini lo può trovare appieno nel momento in cui il cittadino sente invaso il proprio orizzonte sociale di riferimento da qualcosa di ignoto, straniero appunto, qualcosa di cui per questo avere paura.
Paura e diffidenza sono sentimenti normali, istintivi, nell’iniziale incontro con l’alterità incarnata dallo straniero. Però è proprio da tale incontro, attraverso lo scambio, che entrambe le parti si arricchiscono, perché ogni nostro atomo di cultura è ibrido e deriva, almeno in parte dall’altro. Numeri arabi, computer giapponesi, persino profeti palestinesi come Gesù sono parti integranti del nostro essere, più che del nostro vivere, quotidiano, parti migranti e straniere. Questo, sia ben chiaro, non è romanticismo, è scienza della sopravvivenza. Ogni società per sopravvivere al confronto serrato con la Storia deve ibridarsi e così infatti è sempre stato. Chi ha preferito l’isolamento è sempre morto solo.
Noi dovremmo quindi incoraggiare l’incontro e la ricchezza che ne deriva per la società, frenando invece la paura, che trasforma l’incontro in scontro, in lotta e in odio. Non ci può essere scambio finché c’è paura.
Una legge come la Bossi – Fini non favorisce l’incontro mitigando la paura, anzi cavalca quest’ultima, mitigando invece l’incontro attraverso la costruzione della barriera. Il cittadino così, oltre ad essere privato di un’occasione di arricchimento, vive una vita a sua volta da assediato, paradossalmente da recluso nella sua stessa città. La paura è un sentimento che dilaga in fretta: si fa portatrice di astio, sfiducia, alla lunga persino fatalismo nei confronti dell’intero spazio sociale cittadino, che viene visto come inevitabilmente corrotto. I collanti relazionali quotidiani di una società in costante stato di paura s’indeboliscono e si frammentano, colorandosi di sguardi cupi, di cauti silenzi, di formalismi assenti. I cittadini così si rifugiano in quelle che avvertono come le “proprie” mura: la casa con le inferriate, la macchina, il centro commerciale, il cinema nel centro commerciale. Naturalmente sarebbe irrealistico pensare che una sola legge possa dare vita da sola a tutto questo. Ma nondimeno fintantoché rimane portatrice di una politica pubblica della barriera vi gioca un ruolo attivo e cardine.
Proprio per questa ricerca del consenso nella paura la Bossi - Fini è spesso indicata come uno degli esempi più noti delle cosiddette politiche di “tolleranza zero” in Italia, assieme al pacchetto sicurezza e alle legislazioni leghiste nei comuni del nord.
C’è però una notevole differenza rispetto alle prime politiche zero tollerance,effettuate negli anni ‘90 a New York. Nel caso americano infatti il sindaco Giuliani, a fronte dei nuovi oneri che caricava sulle spalle delle forze di polizia, trasformò i commissariati in efficientissime aziende della sicurezza e del controllo, i quali grafici di produttività erano le statistiche sull’andamento degli atti criminali nel proprio distretto. Il budget a disposizione delle forze dell’ordine fu però contestualmente aumentato del 40% e furono assunti ben 12000 agenti in più per la sola città di New York. Non è questa la sede per addentrarsi nelle critiche mosse alla strategia della zero tollerance in quanto tale, però è importante sottolineare che quantomeno, a fronte dei nuovi compiti assegnati alla polizia, corrispose un’ingente aumento di risorse.
Perché c’è da dire che, comunque la si metta, strategie di barriera e di controllo continuativo costano allo stato cifre a più zeri, sia in termini di fondi che di risorse umane. Curioso infatti che i firmatari di queste leggi, in Europa come negli USA, siano per la maggior parte governi che si definiscono altrove liberali, liberisti o neoliberisti, ben disposti quindi a tagliare “sprechi” nei posti di lavoro, pensioni o servizi sociali ma contemporaneamente autori di manovre pesantissime in termini di bilancio.
Nella Bossi - Fini invece di cifre e di assunzioni concrete si parla ben poche volte, lasciando intravedere qualche centinaio di milioni di euro ‘spalmati’ solitamente in due o quattro anni solo per gestire le espulsioni e le costruzioni dei nuovi centri di identificazione e una novantina di nuove assunzioni nelle ambasciate, tra funzionari e poliziotti. Per tutto il resto si parla di future delibere da parte del Ministero dell’Economia per suo decreto, solitamente aggiustando i bilanci ad hoc, essendo che per molti articoli non è proprio previsto un onere aggiuntivo.
La legge insomma è dominata da un linguaggio prettamente politico, mentre risulta molto evasiva dal punto di vista economico. Tant’è che la dialettica stessa che si sviluppa solitamente attorno alla Bossi – Fini, da una parte e dall’altra, è in gran parte politica.
L’aspetto economico di questa legge tuttavia non può essere relegato a una calcolatrice ministeriale. Nuove commissioni, nuovi poteri, scambi di competenze, nuove procedure burocratiche che quasi sempre coinvolgono più uffici, tutto questo in un numero che cresce esponenzialmente già al crescere delle semplici domande rivolte di volta in volta ai vari uffici di competenza. L’economista Tito Boeri, a due anni e mezzo di distanza dall’approvazione della legge in parlamento, prova a fare qualche conto: approssimando in maniera molto ottimistica, la sola gestione delle nuove pratiche per il permesso di soggiorno richiederebbe ventuno milioni di ore. Le pratiche inerenti ai decreti di espulsione e i trattamenti riguardanti i clandestini assorbirebbero, da sole, l’ottanta per cento del totale delle risorse destinate all’immigrazione. Sempre l’ottanta per cento delle risorse umane totali, questa volta di tutto il Ministero dell’interno, andrebbero al solo nuovo sportello unico per immigrazione. L’intera legge, non considerando i costi per esecuzione delle espulsioni e per i monitoraggi delle frontiere, costerebbe oltre mezzo miliardo di euro l’anno e oltre ventimila persone impiegate.
L’uso di un periodo ipotetico è quanto mai corretto, perché a differenza di New York una legge che comporti simili spese in Italia resta il più delle volte inapplicabile. Politiche pubbliche barriera come la Bossi Fini non reggono al realismo né all’utilitarismo. Costano tantissimo pur non prevedendo alcun investimento sul lavoro immigrato, che pure in Italia è autore quasi del dieci per cento del Pil, oltre a garantire le pensioni agli italiani. Si concentrano su un controllo ossessivo di chi è in regola, pretendendo di inquadrarne ogni aspetto della vita, ma riuscendo solo a rendere più facile la caduta nella clandestinità e nel lavoro nero di chi normalmente riuscirebbe a rimanere nella legalità: basti pensare a uno straniero che si ritrovi momentaneamente senza casa perché, ad esempio, bisogna ristrutturarla. O, sempre per esempio, a uno straniero che mormora qualcosa nella propria lingua che viene scambiata da un poliziotto, innervosito dalla diffidenza, per un insulto. Bisogna sempre considerare, anche tirando in ballo il solo aspetto economico della questione, che ogni volta si perde un contribuente.
Non intervengono per niente invece sulle cause reali della clandestinità, sulla domanda di lavoro nero e sulla sua risoluzione, prevedendo unicamente la figura del poliziotto e dell’espulsione come muro in difesa degli “autoctoni”: muro che tuttavia raramente è presente nel concreto, semplicemente perché non può esserci: non ha le risorse per farlo. Tutto questo mentre il clandestino resta tale e proprio in quanto tale facile preda dello sfruttamento e dell’illegalità.
Figure sociali estremamente diverse tra loro come il caporale, il capocantiere o il coltivatore d’arance ridono dei muscoli dopati d’aria compressa dello Stato, che sembra in realtà risvegliarsi dal torpore solo quando arrivano le televisioni di mezzo mondo a filmare i costanti abusi che i lavoratori migranti subiscono nelle tante Rosarno e Castelvolturno sparse in Italia. Ancora una volta, solo per chiamare i poliziotti e far sgomberare con il manganello le vittime, mentre i carnefici vengono trattati con i guanti bianchi.
Ma la Bossi - Fini sa difendersi bene, perché la paura di cui si serve rimane il predatore naturale più pericoloso per la razionalità e per la realtà oggettiva. Le quali comunque, mal che vada, possono essere imprigionate da una barriera.
Fonti utilizzate:
http://www.lavoce.info
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Eugenio Conti - Scienze antropologiche, Università degli Studi di Bologna