I confini dell'umano - campagna informativa su legge e immigrazione
Normativa italiana sull'immigrazione "Siamo stati superati da banditi decisi a sbarrare la strada al benessere; questi uomini si vestivano col manto dei profeti, ma adottavano i metodi dei tiranni. Parlavano in termini sapienti essendo però ignoranti. Adottavano il nostro modo di reclamare la libertà ma riuscirono grazie al potere della spada e alla debolezza del governo a convincere la massa volgare che essi rappresentavano il diritto, la verità e la protezione dalle leggi.

"Muhammad 'Abduh, "al- 'Urwa -l wuthqa", 1884.
Share |

Testimonianze

Due storie di vita a Rosarno

Ismail è un ragazzo ivoriano di appena vent’anni, partito dal suo paese natio ancora quindicenne, nel 2005. La sua destinazione, tuttavia, non è mai stata l'Europa.

Quando se n’è andato dalla Costa d’avorio non aveva in testa l’idea, il sogno di scoprire questo Gran Occidente, anche se ammette che molti suoi ‘fratelli africani’ partono già con l’intento di arrivare da qualche parte in Europa, a causa delle numerose immagini di ricchezza e felicità che arrivano nel continente nero. Ma Ismail ha sogni più semplici, sogni di cui si parla sempre di più nel nostro tanto grandioso e opulento primo mondo: trovare un buon lavoro da qualche parte per mantenersi.
Il suo lungo viaggio lo porta all'inizio in Mali, dopo un “semplice” itinerario in pullman attraverso la frontiera tra i due paesi. Lì rimane a lavorare due anni per conto di una famiglia che gli procura, oltre al vitto e all'alloggio, una paga alla fine del suo periodo di permanenza. Ismail decide allora di passare in Algeria, ma questa volta l’itinerario non è così semplice, perché è necessario un passaporto malese per varcare la frontiera. Dopo essersene procurato uno falso, prende un'altra corriera che lo porta al confine con lo sterminato deserto algerino, dove assieme ad altre persone paga dei tuareg, veri e propri professionisti da quelle parti, per portarli attraverso il deserto con delle jeep. Tuttavia i tuareg possono scortarli solo fino al confine con la Libia, da dove dovranno continuare con una guida a piedi, a causa dei pesanti controlli armati che ci sono nell'area. Peccato che la frontiera tra Libia e Algeria non sia come quella tra Italia e San Marino: è una linea dritta tracciata, sulla carta, in mezzo a chilometri e chilometri di sabbia. La marcia in questo paesaggio arido è estenuante e dura sette ore, ovviamente al buio, dalle sei di sera fino a mezzanotte. Questo non solo per non farsi vedere, ma soprattutto per consentire alla guida che è con loro di orientarsi: il suo sguardo però non si volge più verso le migliaia di stelle dello spettacolare cielo notturno, come già facevano i nomadi maghrebini secoli prima, ma verso le luci delle città che si intravedono in lontananza, oltre l’orizzonte interrotto dalle dune.
L'impresa riesce, ma all'arrivo non li aspettano certo rinfreschi o sorrisi di benvenuto, che solitamente accolgono i turisti europei dopo una comoda escursione climatizzata: in Libia gli africani, quand'anche riescano a trovare un lavoro malpagato, vivono malissimo, soprattutto a causa dei diffusi pregiudizi libici verso di loro. Per i nuovi arrivati appare subito chiaro che la Libia sarà solo una meta provvisoria. Che il loro viaggio è ben lontano dall’essere concluso.
Ismail è coriaceo e nonostante tutto riesce a rimanere per sette mesi, durante i quali conosce un libico che è in grado, per milleduecento euro, di garantirgli un passaggio in barca per l'Italia. Un viaggio che, dice quasi con ovvietà, non sarebbe durato più di tre giorni.
Così non è. La barca è in condizioni disastrose e i suoi nove metri buoni non sono abbastanza per i cinquantacinque occupanti. Le provviste scarseggiano, anche perchè quelle portate a bordo bastano per quanto doveva durare il viaggio, tre giorni. In realtà ne passano sette in mare aperto, fino a quando un peschereccio non li soccorre.
La speranza di arrivare in Italia però resta ancora un miraggio per i naufraghi: non solo il peschereccio, ma le acque stesse dove questo li soccorre sono maltesi, non italiane, perciò alle loro suppliche di portarli in Italia i pescatori non possono che rispondere con un secco no. Chiamano invece la croce rossa, che li porta sull'isola maltese.
Una volta a Malta, venuto a sapere che sarebbe potuto rimanere nel centro di detenzione locale anche più di un anno, Ismail riesce dopo quattro mesi di reclusione a corrompere le guardie e fugge, scappando nella notte. Ma dove può andare, senza denaro? Rimane dunque sei mesi da irregolare a Malta svolgendo lavori precari, per pagarsi il viaggio fino all’Italia.
Viaggio che avviene grazie a dei navigatori maltesi, i quali per una ‘corsa’ di un’ora sola gli fanno pagare ottocentocinquanta euro. Gli va bene, al giovane ivoriano: molti pagano anche più di mille euro.
Tocca nuovamente terra a Caltanisetta, dove va a stare nel centro d’accoglienza richiedenti asilo, posto in cui, dice lui, “si sta bene”: gli danno una carta valida per acquisti di prima necessità o per chiamare al telefono e può addirittura uscire. Qui rimane quattro mesi e diciotto giorni, anche se in teoria non si potrebbe, fino al momento in cui, dopo essere uscito per l’ennesima volta, non ritorna. Dalle sue parole emerge chiaramente come questi centri siano basi ottime per gli immigrati, che hanno tutto il tempo per ambientarsi e capire bene come muoversi. Quando secondo loro arriva il momento buono, semplicemente escono e non tornano più.
Per Ismail questo momento arriva quando a un certo punto viene a sapere che, ai sensi di una direttiva europea, se durante le procedure d’identificazione del centro si scopre che avevi dato in precedenza le impronte in un paese europeo dove ti avevano già identificato, ti rispediscono in quel paese. Nel suo caso vorrebbe dire Malta: no grazie.
Una volta scappato dal centro rimane una notte a Catania, si sposta a Messina, poi prende l'ennesima nave della sua vita e si reca a Villa San Giovanni arrivando poi, siamo ormai nel 2009, a Rosarno, dove aveva saputo che cercavano manodopera. Un suo amico va quindi a prenderlo alla stazione e lo porta subito in uno di quei famosi prefabbricati filmati dalla BBC.
Ismail non ha avuto bisogno di mediatori o caporali: è arrivato direttamente sui campi a lavorare. Basta mettersi a un incrocio della cittadina che si affaccia come un balcone naturale sul porto di Gioia Tauro, devastata dalla 'ndrangheta, e aspettare li. Prima o poi qualcuno arriva.
Sarebbe sbagliato ritenere che una tale libertà d'azione, una tale deformazione di quello che dovrebbe essere un normale mercato del lavoro, sia delimitata solo a Rosarno. La mafia è un alibi solo fino a un certo punto. In una piccola digressione Ismail parla di un’altra esperienza a Brindisi, quando ogni mattina alle quattro percorreva diciotto chilometri in bicicletta per sporgersi delle recinzioni e gridare “capo, ti serve lavoro?”. Ismail ride, anche se da ridere c’è poco.
A Rosarno creavano dei piccoli nuclei di tende e sistemazioni provvisorie nei prefabbricati, dividendosi più spesso in base alle comuni conoscenze e alla comune lingua piuttosto che, per forza, in base alla nazionalità. Eventuali situazioni di conflitto e contrasto ereditate in patria venivano del tutto stemperate dalle incredibili difficoltà: l'unione fa la forza. A Rosarno, dice Ismail, solo i maghrebini stavano in disparte, in altri posti più vicini alla città, anche se con loro c’erano tre algerini con i quali avevano ottimi rapporti. Ma questo è tutto: la loro giornata di lavoro era talmente piena da non consentirgli di entrare in contatto con nessun altro a parte i coabitanti. La distanza, più simile a un grande muro nero che a uno spazio aperto, che li divideva da tutti gli altri schiavi di Rosarno e anche dagli Italiani che pure lì vivevano, era netta, insormontabile. Innaturale.
Anzi, un paio di conoscenti, tra gli italiani, li aveva. Anzitutto i capi: Ismail si sentiva sotto sfruttamento vero e proprio al lavoro. Essendo pagato a cassetta, spesso subiva forti pressioni da loro. Non erano direttamente razzisti, ma si vedeva che li consideravano poco più di schiavi.
Si ricorda poi di quando, con la bici, era arrivato davanti a una coppia di anziani che vendevano pezzi di ricambio. Avendo bucato la gomma si era fermato da loro i quali però, facendo finta di non vederlo, avevano servito due italiani arrivati dopo di lui. Alle sue proteste i due avevano risposto “questa non è l’Africa, è l’Italia. Prima gli italiani”. La pompa costava due euro e cinquanta per gli italiani e quattro euro per gli africani. C'era anche scritto, per evitare inutili incomprensioni. Naturalmente.
Gli chiediamo una cosa particolarmente brutta che si ricorda di Rosarno. Ismail parla delle numerose mancanze: elettricità, acqua, bagni.. una situazione molto “degradata”, dice lui. Troppo buono Ismail, penso io.
Nonostante quanto gli è successo, Ismail rimane pragmatico: L’Italia va bene come qualsiasi altro posto. “Se mi vogliono ok. Sennò, me ne vado”. Appare così facile, a questo ventenne con un bagaglio di esperienze sulla schiena che nessuno dovrebbe avere, a qualsiasi età: per lui sarebbe solo un’altra partenza. Con un’altra nave.


 

Abdelmajid è invece del Mali. E’un ragazzo timido, riservato, che non desidera parlare molto e comunque non del suo viaggio.

Viste le tante, troppe domande che tanti, troppi giornalisti gli devono avere fatto, non insistiamo. A noi interessa sapere cosa lui ha da dire, non importa di cosa parlerà.
Una volta arrivato in Italia, Abdelmajid passa un po’ di tempo nel campo di Crotone. Arriva a Rosarno nell’Ottobre 2008, senza in realtà conoscere nessuno, quindi comincia subito a cercarsi conoscenze per trovare vitto e alloggio. Alla fine trova un intero mondo pieno di africani che già lavorano nei campi e che sono disposti ad aiutarlo. Anche A. si reca, la mattina presto, sulla strada: come è successo per Ismail, mediatori e caporali non si vedevano.
Quando non lavora dorme ai prefabbricati della Rognetta, insieme a centinaia di altri africani, maghrebini, addirittura rumeni. Questa volta ci troveremmo quindi davanti a un ghetto “multietnico”. Ma tutte queste masse, questa che a Rosarno è più che altro ‘materia’ umana, rimangono in realtà separate: lui sta solo con gli africani, senza avere alcun contatto con i rumeni. Men che meno con gli italiani, che vivono lontano dalle loro baraccopoli, anche se, sebbene non succedesse tutti i giorni, tornando alla fabbrica dopo il lavoro incrocia sì degli italiani, in macchina, che lo inseguono e lo prendono a sassate, costringendolo a fuggire. In una vita fatta solo di schiavitù, dalla mattina alla sera, una vita in cui non si esce mai, questo è l’unico momento con cui ha a che fare con dei rosarnesi al di fuori delle ore in cui lavora con gli agricoltori. Mentre rimane in zona cambia parecchi datori di lavoro, tutti più o meno aggressivi nei suoi confronti.
In un secondo momento però si ricorda anche di un certo Peppe Pugliese, che alla Rognetta ha fatto installare bagni pubblici, che gli porta da mangiare e si occupa delle prime necessità. Un’altra signora abbastanza anziana porta da mangiare per tutti, oltre che vestiti. Mamma Africa, la chiamano.
Quando gli chiediamo una cosa particolare che gli è rimasta in mente, ci pensa un attimo. E’ l’ultima domanda, lo rassicuriamo. Allora lui mi parla della storia tragica di un certo Moussà: un giorno, mentre cammina, una macchina lo avvicina bruscamente. Braccia e mani aggressive spuntano dai finestrini e dalle portiere, lo trascinano dentro la macchina e lo picchiano. Aveva offeso qualcuno d’importante nelle gerarchie di potere locali? Si era ribellato? No, risponde. Non c’era alcun precedente. Non c’era alcun motivo.
“Succedeva e basta, a volte” afferma quasi con ovvietà.

“La Calabria è, come la Campania, un territorio che vive una guerra quotidiana. Se si vedono i dati, ci sono tantissimi attentati alle associazioni antiracket o a consiglieri comunali, intimidazioni con un colpo sparato alla porta o una molotov su una tomba. Magistrati continuamente nel mirino come Raffaele Cantone o Nicola Gratteri. È una guerra silenziosa che non trovi sui giornali.” Roberto Saviano.

 

La nostra amica Jamila, assistente nonché traduttrice durante le nostre domande, ci ha chiesto perché inserire due storie come queste all’interno di un progetto che si basa sulla legislazione dell’immigrazione in Italia. Loro, a differenza di tanti altri che abbiamo intervistato, non hanno avuto problemi di ricongiungimenti, di contributi, di CUD o di datori di lavoro truffaldini con cui trovarsi in cause legali.
Certo, nelle storie di Ismail e Abdelmajid non compaiono mai figure che invece hanno quasi sempre peso nelle storie degli immigrati intrappolati nelle leggi che governano l’immigrazione nel nostro paese. Questure, poliziotti, burocrati dei pubblici uffici, sindacalisti, avvocati fanno capolino pochissime volte nelle sceneggiature quotidiane di posti come Rosarno. Almeno dal punto di vista degli immigrati.
Ed è proprio questo il punto: leggendo queste storie, sembra quasi di trovarsi catapultati in un mondo di frontiera, un’aspra terra selvaggia dove le macchine sgommano a tutta velocità e gli uomini si sparano e si aggrediscono indisturbati. Certamente Rosarno non è solo questo: persone come Peppe e Mamma Africa sono li a dimostrarlo tutti i giorni. Molte sono le associazioni di cittadini e di osservatori volontari che cercano di fare del loro meglio per ripristinare il tessuto sociale martoriato della loro terra. Il loro operato è da onorare ogni giorno. Anche se la legge, qui come in altre occasioni, non li vede e non li considera.
A Rosarno si vedono però innanzitutto, purtroppo, gli onnipotenti clan dei Pesce e dei Bellocco, si vede un comune, sindaco incluso, commissariato per infiltrazioni, si vede l’anarchia edilizia, si vede la corruzione come unico partito di maggioranza. Si vede la Calabria che ha paura ad ammalarsi, a causa dell’oltre novanta per cento di presidi ospedalieri abusivi. Si vedono migliaia di irregolari schiavizzati.
Questo è un posto dove la legge, a prescindere che si chiami Turco, Napolitano, Bossi o Fini, invece non si vede. Non l’hanno certo mai vista Ismail e Abdelmajid, ma a giudicare da quanto emerso dopo gli avvenimenti del Gennaio 2010, erano in tanti a non vederla. Da molto, moltissimo tempo.
Pensiamo quindi che Rosarno sia uno dei tanti banchi italiani dove una legislazione sull’immigrazione, specialmente una legislazione che lega così intimamente l’immigrazione al lavoro e alle condizioni di vita, debba essere messa alla prova e giudicata. E da Rosarno non può che uscire l’ennesimo giudizio negativo, l’ennesima bocciatura, forse la più grave, per una filosofia giuridica che pretende di essere un Grande Fratello dell’immigrato, con l’idea di poterlo imbrigliare e manovrare in ogni aspetto della sua vita privata, ma che viene sconfitta clamorosamente e con vergogna da poteri criminali a piede libero, sui quali non si può che constatare la propria reale impotenza. Nonostante i ruggiti. Nonostante i proclami virili. Nonostante le bandiere verdi.
Il fallimento del modello della legislazione leghista a Rosarno è totale: in altre storie di vita di questo modello si può criticarne ogni aspetto, ma si deve riconoscerne proprio per questo la presenza, sebbene in senso ingombrante e negativo. In queste storie invece si constata come quella che dovrebbe essere l’unica difesa del diritto padano, (cioè quella di esserci, nel bene e nel male), sia in realtà un misero castello di carte costruito da mani inesperte, o forse semplicemente frettolose, avventate. Forse tutte queste cose insieme. E non basta dire che se una legge non funziona, vuol dire che “non è applicata”: è invece l’esatto contrario, perché se non è applicata vuol dire che non funziona, che bisogna cambiare qualcosa.
La legge Bossi - Fini, le recenti norme in materia di sicurezza, irrompono brutali dove in un normale Stato Liberale non avrebbero diritto a metter piede, rimanendo però in omertoso silenzio laddove dovrebbero intervenire. Rosarno e i suoi schiavi sono lì a dimostrarlo. E sono lì a dimostrarlo anche le attività degli osservatori, dei volontari e delle ONG umanitarie locali che sono costrette a fare tutto da sole, spesso dovendo fare di tasca propria lavori che sarebbero prerogative base di un minimo Stato Sociale. Con tutti i suoi articoli e i suoi decreti agitati a pugni, pance e a intonazioni del Va Pensiero, la legge della nuova destra sembra scordarsi di loro, preferendo manganelli e sgomberi forzati.

(Eugenio e Martina - Scienze antropologiche, Università degli Studi di Bologna)


Tutti i racconti